mercoledì 3 aprile 2013

Psicologo 2.0, lo strizzacervelli in un clic

Lo psicologo in web. Questa è l'ultima trovata di un gruppo di giovani psicologi italiani, tutti di età intorno ai trentacinque anni. In realtà non è un'esclusiva italiana, anzi; negli Usa già da qualche anno si è arrivati addirittura alla psicoterapia in rete, attraverso alcuni portali come Breaktrought.com o Therapi.com. In Italia al momento è legale solo la consulenza psicologica e non psicoterapica.
Attraverso Skype e Facebook, gli utenti hanno la possibilità di contattare un professionista della salute mentale; il consulto su Facebook è gratuito, mentre su Skype si risparmia il 30% rispetto ad una visita in studio vis-a-vis. Gli ideatori del metodo Psicologo 2.0 affermano che il numero delle persone che hanno chiesto un consulto psicologico tramite facebook è triplicato dal 2011 al 2012; colpa anche della crisi, dicono, e tra le problematiche maggiormente affrontate ci sarebbero ansia, depressione, problemi di coppia e familiari.
L'Ordine nazionale degli psicologi si è limitato a dire "vabbene, ma siate prudenti", l'Ordine del Lazio ha praticamente proibito il metodo, mentre l'Ordine della Lombardia si starebbe muovendo verso la istituzionalizzazione, o quanto meno verso la regolamentazione del servizio Psicologo 2.0.

Sono diverse le considerazioni che si possono fare a riguardo. Innanzitutto, la questione deontologica: nel 1997 non esisteva nè Facebook, nè Skype, il che si traduce in un'assenza di una regolamentazione del metodo descritto. Ma prima ancora bisogna porsi una domanda: il metodo Psicologo 2.0 espone a maggiori rischi di incorrere in comportamenti deontologicamente e eticamente pericolosi rispetto alla relazione vis-a-vis?
La professione quindi effettivamente muoversi verso i contesti odierni, dominati dal web e dall'esigenza del servizio immediato, ma a quale prezzo?
Di nuovo ci ritroviamo a far appello alla scìenza, ma soprattutto alla coscienza del professionista ed è innegabile che già con il metodo tradizionale qualcuno abbia tentato qualche furbata. Attraverso questo metodo, condotte di questo tipo possono essere soggetto ad aumento? Ne sappiamo ancora troppo poco.
Personalmente non ho mai amato i servizi sulla salute mentale spiattellati sul web, tipo "otto step per combattere l'ansia", "diventare bravi genitori" o simili, ma negare l'importanza del web e della sua portata comunicativa sarebbe comunque un errore. Quindi, che fare?
Certo, se l'utenza fosse messa in guardia di fronte ai furbetti e ai tipici atteggiamenti da ciarlatani la cosa risulterebbe più semplice, ma se dobbiamo fare i conti con i dati reali siamo obbligati a riconoscere che per il momento non è così e che la cultura della salute mentale non è ancora abbastanza integrata con i canoni della società. Insomma, abbiamo per le mani una specie di lampada di aladino, in grado di ampliare l'utenza che usufruisce dei servizi di salute mentale, ma che può esploderci in mano se strofinata nel modo sbagliato.
Certo è che un'integrazione con il contesto in cui viviamo è quanto meno necessaria, e purtroppo, le basi istituzionali della disciplina tendono a contrastarla (prova ne è la menzionata assenza di una regolamentazione sulla questione sul codice deontologico e tanto meno nella legge 56/89); sarebbe quindi auspicabile un dibattito scientifico, politico e soprattutto etico sulla questione, che nel giro di pochi anni rischia di sfuggirci di mano se non regolamentata.


E voi cosa ne pensate?