sabato 10 maggio 2014

A nome mio, e mio soltanto.

Sto seguendo in maniera appassionata il dibattito nato intorno alla lettera aperta inviata da Michele Serra tramite La Repubblica all'amministratore dell'omonima pagina Facebook (che per l'appunto, non è Michele Serra).
La stragrande maggioranza dei commenti e dei twit che ho avuto modo di leggere condannano le parole di Serra e lo criticano per essere ancorato all'era pre-social network. Secondo molti utenti, Serra avrebbe toppato miseramente, chiedendo di essere lasciato in pace dall'amministratore di questa pagina.
Perché dunque ti scrivo, a te falso me dei social network? Per chiederti, nella sola maniera pubblica che mi è propria (la pagina di un giornale), se per favore puoi smetterla di usare abusivamente il mio nome e il mio volto. Se per piacere puoi morire in quanto me, e vivere in quanto te. Oppure essere te, per ragioni che non posso e non voglio sapere, ti pesa al punto di non volerlo più essere? E nel caso, comunque: io che cosa c’entro?
Il falso Michele Serra avrebbe comunque risposto e promesso di chiudere la piattaforma, come ho spiegato anche sul Backpack.
Anche il collega di Serra, Mantellini, afferma che le parole del giornalista sono state in un certo qual modo fuori luogo, perché "tutto ciò che diciamo riceve più o meno questo tipo di trattamento".
Aggiunge Mantellini
Per tutto il resto però, nel momento stesso in cui il suo libro o il suo articolo vengono resi pubblici, continuerà a non esserci molto da fare. Quelle parole diventeranno le parole di tutti, verranno mescolate, rubate, riusate e prese in giro. E non ci sarà per fortuna Polizia Postale che tenga. 
Ora, al di là della confusione identitaria che una situazione del genere può scatenare (come potete leggere sempre dall'articolo sul Backpack), qui mi sento di dire di essere in quasi totale accordo con Michele Serra.
Le critiche fatte a mio avviso, peccano di definizione dello stesso oggetto: un conto è dire "le tue parole, una volta in rete, diventano le parole di tutti". Un altro conto è dire "una volta in rete, il tuo nome può essere utilizzato da tutti, anche nel riportare le tue parole".
Nel secondo caso infatti, non vengono meno per esempio i buoni principi giornalistici, ma di fatto il proprietario del nome va incontro ad una serie di rischi:
- sicuramente il tal Matteo proprietario della pagina avrà sempre riportato le parole di Serra in maniera fedele, senza distorcerle, ma in mano a centinaia di migliaia di altre persone, dalla falsa bocca di Serra sarebbero uscite parole non sue e un giornalista, che con le proprie parole ci lavora, non è un rischio da correre;
- siamo sì vulnerabili alle critiche di ciò che scriviamo sui social, ma non vedo perché dovremmo esserlo anche a quello che non scriviamo, ma che paradossalmente porta il nostro nome;
- per ultimo, ma forse non di importanza, il rischio di perdere la garanzia del fatto che con il mio nome, io ci faccio quello che voglio, ma io solo, e non gli altri.

In nome della legge si emettono sentenze, che possono essere condivise. Ma una pagina facebook dal titolo Io sono la legge non fa diventare legge tutto ciò che pubblica, perché appunto, la legge è un'altra cosa. 
Capisco la bellezza e il fascino dell'era della dinamicità e della condivisione globale, ma sull'intimità del nome, della propria firma e di tutta la responsabilità che ne deriva, a parer mio, non si può peccare di superficialità.
Serra è passato per molti come quello fiscale, non aperto al mondo social; come quello attaccato al nome... ma può essere motivo di critica il fatto di essere attaccati ad un nome? Si trattasse di un nome di un'azienda, di una testata giornalistica, di un'organizzazione potrei quasi comprendere, ma che una critica simile venga sollevata a chi con quel nome ci è nato (e cresciuto) mi pare quantomeno incomprensibile.

Non si può pretendere che chi lavora con le proprie parole possa lasciar correre e rimanere inerme di fronte all'esproprio della propria firma. Il fatto che la pagina incriminata sia "innocua" conta poco, così come contano poco le critiche di chi si scaglia contro chi rivendica (e fa strano soltanto a scriverlo) il proprio nome.
Non vorrei che questo giochino dei social network ci fosse sfuggito di mano: non c'è nessun motivo comprensibile dietro all'utilizzo del nome altrui, ci sono innumerevoli motivi comprensibili dietro alla rivendicazione del proprio nome. Le parole sono importanti, ancor più i nomi. 
Le parole di Serra sono di Serra, diventano nostre se le condividiamo ("faccio mia la parola tua"). Il nome di Serra rimane di Serra, anche se condividiamo quello che scrive.