sabato 7 giugno 2014

mercoledì 28 maggio 2014

Lo Psicologo e il Sondaggista




Dice Luca Sofri nel Post, in un'analisi sui risultati delle ultime elezioni europee
[il sondaggista] è un lavoro terribile: fai lo scienziato ma ti vogliono indovino, e poi ti bruciano come stregone.
E' vero. Il sondaggista è un lavoro orribile: ci si aspetta una certezza, gli si perdona forse un margine d'errore ragionevole (addirittura c'è chi nel febbraio scorso sui sondaggi ha basato una campagna elettorale di basso profilo), ma poi nella caccia ai fantasmi delle analisi delle sconfitte fa la fine quasi di un avversario politico.
Credo sia una formula facilmente adeguabile anche alla condizione dello psicologo.

Lo fai da scienziato perché lo psicologo (non tutti sanno) è anche uno scienziato che dunque adotta un metodo scientifico, per prove ed errori, per utilizzo di strumenti validati e perché struttura (o almeno dovrebbe) il proprio intervento sulla letteratura scientifica quanto più recente possibile, ma anche tenendo conto del caso specifico che gli si presenta.

Ti vogliono indovino perché la domanda posta è "dottore cosa succede se mi separo?/cosa devo fare?/qual è la decisione giusta?/mi dica cosa fare/lei che legge nella mente, mi dica come comportarmi", quando in realtà, uno psicologo non ha le risposte giuste, ma al limite buone domande, se è un bravo psicologo.

Ti bruciano come stregone perché "a me non serve fare un test/sti psicologi che credono di leggere nella mente/come si fa a fidarsi di uno che non è medico/come si fa a fidarsi di uno che non è ne carne nè pesce?".

Lo psicologo e il sondaggista. Prima salvatori, poi stregoni. Capri espiatori di sconfitte politiche, fallimenti relazionali, famiglie distrutte, aziende fallite.
Forse le due professioni da cui ci aspetta di più per la falsa convinzione che possano predire il futuro, che sia una percentuale o le conseguenze di una decisione. Ma d'altronde, quando di mezzo c'è l'essere umano, con la sua matita e la sua scelta, poco possono anche due scienziati. L'errore sta nel pretendere da loro ciò che valica il confine di questa loro scienza, che poi è la scienza di tutti.

Io sto con gli scienziati, anche quelli un po' sfigati.


Le photographe est mort: da Capa a Rocchelli



Non è la celebrazione del ricordo di una vittima italiana in terra straniera, dunque di conseguenza, non è un un focalizzarsi sulla morte di un connazionale, tralasciando i morti stranieri. Questo post con la morte non c'entra niente.
E' un parallelismo intrigante che in queste giornate di percentuali e crocette è rimasto sotto la superficie. Robert Capa e Andy Rocchelli.

Rocchelli, fotografo del Collettivo Cesura (che gli ha dedicato una bella lettera, come ho scritto anche sul Backpack), è morto sabato mattina (24 maggio) all'età di 31 anni, alla vigilia dell'Election Day europeo, dopo essere stato ferito il giorno precedente nei pressi di Sloviansk, in Ucraina, mentre era impegnato in un reportage. A darne notizia della morte la Farnesina. Insieme a lui morto anche il suo interprete Andry Mironov. Questo ci dicono le cronache.
Di Robert Capa invece, si ricordava il giorno dopo (25 maggio), l'anniversario della morte, avvenuta nel 1954 durante un suo reportage durante la guerra in Indocina.
 Una coincidenza di date affascinante, ma per chi ha avuto modo di visitare il sito di Cesura, si sarà forse accorto che il senso della cosa diventa toccante e cercherò di descriverlo con solennità, pochi fronzoli e semplicità, senza incappare in critiche di mistificazione o di culto del macabro, concetti dai quali prendo le distanze con forza.

Una delle foto più famose di Robert Capa è Il miliziano colpito a morte, scattata durante la guerra civile di Spagna. Dal sito di Cesura è possibile visionare una serie di reportage e uno di questi, intitolato Springtime, riferito dunque agli scontri armati verificatisi in occasione delle Primavere Arabe.
Tra le varie fotografie di questo reportage, c'è anche questa.
La somiglianza con il celebre scatto di Capa mi è sembrata lampante. La stessa precarietà della postura, la stessa direzione, la presenza dell'arma. Sembra quasi che la foto di Capa si sequenzialmente successiva a quest'altra: come se il miliziano fosse stato fotografato poco prima di raggiungere la collina da uno di Cesura e subito dopo, in fase di discesa quando viene colpito a morte, da Capa.
Sorpreso dalla somiglianza e dalla facilità con cui è possibile attribuire lo stesso scenario, se non la stessa scena, a queste due foto sono andato a vedere se questa meno conosciuta potesse essere davvero di Rocchelli. Ed è così. Fu esposta al Festival della Fotografia Etica nel 2012 e porta la sua firma.


Due fotografi morti ad un giorno di distanza (anche se sessanta anni di distanza) che scattano due fotografie simili e potenzialmente sequenziali. E' commovente rintracciare una somiglianza tra i destini di chi mai si è incontrato, se non in uno scatto o in una passione, ma come ho detto all'inizio, questo post con la morte non c'entra niente.
Mi preme invece scrivere del brivido che ho provato nel vedere quella foto di Rocchelli sul sito di Cesura, del magone che dal petto alla gola ha quasi fatto traboccare dagli occhi una lacrima.
Andy Rocchelli è morto e nessuna coincidenza con un qualunque famoso fotografo saprà colmare in alcun modo la mancanza ai suoi cari e ai suoi colleghi. Non sarà mai ricordato dagli appassionati della fotografia quanto Robert Capa, né il suo Miliziano che sta per giungere in cima alla collina sarà la foto simbolo di una corrente fotografica, ma grazie ad entrambi di avermi regalato un momento come nessuna fotografia ancora aveva saputo fare.
R.I.P.




domenica 25 maggio 2014

I cattivi vincono sempre

I cattivi vincono sempre. Anche all'ultimo secondo.
I buoni, gli outsider, non vincono più, perché li abbiamo fatti vincere troppo tempo nei film, nei libri e nei cartoni animati. Non esiste più la vittoria di rimonta vecchio stile. C'è solo lo strapotere dei muscoli, dell'esagerazione, di chi arriva all'appuntamento decisivo che è già leggenda ed ha fatto in tempo a rimanere sullo stomaco a chi della classe e della sobrietà fa ancora dei valori da accostare all'ambito sportivo.



Cristiano Ronaldo è il cattivo bizzoso che piagnucola finché non segna al 122esimo, a partita finita ed esulta come se avesse segnato il gol decisivo, a rimarcare, come se i diciassette gol non bastassero, che lui è il padrone di quella coppa, al di là della finale. Mostra gli addominali, scivolando dall'abbraccio dei suoi compagni che guardandolo sorridono, come si sorride a uno che "lascialo sfogare".



Nel Backpack mi ero espresso piuttosto apertamente a favore dell'Atletico. Un collettivo, non un gruppo di singoli. Il problema del collettivo è che a toccarne un componente, si sgretolano tutti. Chi tocca te, tocca anche me. E così è stato alla tegolata sul gol del pareggio. L'incapacità alla reazione. La reazione che nei film, nei libri e nei cartoni animati di cui sopra, era il punto focale del film: il discorso negli spogliatoi di Space Jam, di Ogni maledetta domenica, di L'altra sporca ultima meta. Nella realtà invece si crolla, si piange prima del fischio e ci si dispera, perché insieme al tuo collettivo eri sul tetto d'Europa, poi arriva un testone che sul tetto d'Europa rischia di andarci ogni anno e ti manda ai supplementari con la capesa.

Vincono sempre i cattivi, soprattutto se hanno il personaggio misterioso, pacato e solenne alle spalle. Il Carletto che per alcuni porta ancora avanti la bandiera italiana in campo europeo, quando di italiano non rimpiange assolutamente niente, se non forse il colore rosso-nero che però, classifica alla mano, ora gli starebbe troppo stretto.

Vincono i cattivi, perché non possono permettersi di perdere. Come il PD oggi alle urne.
I buoni perdono e guarda un po' c'hanno sempre un tocco di rosso.


sabato 10 maggio 2014

A nome mio, e mio soltanto.

Sto seguendo in maniera appassionata il dibattito nato intorno alla lettera aperta inviata da Michele Serra tramite La Repubblica all'amministratore dell'omonima pagina Facebook (che per l'appunto, non è Michele Serra).
La stragrande maggioranza dei commenti e dei twit che ho avuto modo di leggere condannano le parole di Serra e lo criticano per essere ancorato all'era pre-social network. Secondo molti utenti, Serra avrebbe toppato miseramente, chiedendo di essere lasciato in pace dall'amministratore di questa pagina.
Perché dunque ti scrivo, a te falso me dei social network? Per chiederti, nella sola maniera pubblica che mi è propria (la pagina di un giornale), se per favore puoi smetterla di usare abusivamente il mio nome e il mio volto. Se per piacere puoi morire in quanto me, e vivere in quanto te. Oppure essere te, per ragioni che non posso e non voglio sapere, ti pesa al punto di non volerlo più essere? E nel caso, comunque: io che cosa c’entro?
Il falso Michele Serra avrebbe comunque risposto e promesso di chiudere la piattaforma, come ho spiegato anche sul Backpack.
Anche il collega di Serra, Mantellini, afferma che le parole del giornalista sono state in un certo qual modo fuori luogo, perché "tutto ciò che diciamo riceve più o meno questo tipo di trattamento".
Aggiunge Mantellini
Per tutto il resto però, nel momento stesso in cui il suo libro o il suo articolo vengono resi pubblici, continuerà a non esserci molto da fare. Quelle parole diventeranno le parole di tutti, verranno mescolate, rubate, riusate e prese in giro. E non ci sarà per fortuna Polizia Postale che tenga. 
Ora, al di là della confusione identitaria che una situazione del genere può scatenare (come potete leggere sempre dall'articolo sul Backpack), qui mi sento di dire di essere in quasi totale accordo con Michele Serra.
Le critiche fatte a mio avviso, peccano di definizione dello stesso oggetto: un conto è dire "le tue parole, una volta in rete, diventano le parole di tutti". Un altro conto è dire "una volta in rete, il tuo nome può essere utilizzato da tutti, anche nel riportare le tue parole".
Nel secondo caso infatti, non vengono meno per esempio i buoni principi giornalistici, ma di fatto il proprietario del nome va incontro ad una serie di rischi:
- sicuramente il tal Matteo proprietario della pagina avrà sempre riportato le parole di Serra in maniera fedele, senza distorcerle, ma in mano a centinaia di migliaia di altre persone, dalla falsa bocca di Serra sarebbero uscite parole non sue e un giornalista, che con le proprie parole ci lavora, non è un rischio da correre;
- siamo sì vulnerabili alle critiche di ciò che scriviamo sui social, ma non vedo perché dovremmo esserlo anche a quello che non scriviamo, ma che paradossalmente porta il nostro nome;
- per ultimo, ma forse non di importanza, il rischio di perdere la garanzia del fatto che con il mio nome, io ci faccio quello che voglio, ma io solo, e non gli altri.

In nome della legge si emettono sentenze, che possono essere condivise. Ma una pagina facebook dal titolo Io sono la legge non fa diventare legge tutto ciò che pubblica, perché appunto, la legge è un'altra cosa. 
Capisco la bellezza e il fascino dell'era della dinamicità e della condivisione globale, ma sull'intimità del nome, della propria firma e di tutta la responsabilità che ne deriva, a parer mio, non si può peccare di superficialità.
Serra è passato per molti come quello fiscale, non aperto al mondo social; come quello attaccato al nome... ma può essere motivo di critica il fatto di essere attaccati ad un nome? Si trattasse di un nome di un'azienda, di una testata giornalistica, di un'organizzazione potrei quasi comprendere, ma che una critica simile venga sollevata a chi con quel nome ci è nato (e cresciuto) mi pare quantomeno incomprensibile.

Non si può pretendere che chi lavora con le proprie parole possa lasciar correre e rimanere inerme di fronte all'esproprio della propria firma. Il fatto che la pagina incriminata sia "innocua" conta poco, così come contano poco le critiche di chi si scaglia contro chi rivendica (e fa strano soltanto a scriverlo) il proprio nome.
Non vorrei che questo giochino dei social network ci fosse sfuggito di mano: non c'è nessun motivo comprensibile dietro all'utilizzo del nome altrui, ci sono innumerevoli motivi comprensibili dietro alla rivendicazione del proprio nome. Le parole sono importanti, ancor più i nomi. 
Le parole di Serra sono di Serra, diventano nostre se le condividiamo ("faccio mia la parola tua"). Il nome di Serra rimane di Serra, anche se condividiamo quello che scrive. 





lunedì 21 aprile 2014

Voglio star male, ma non si può

Voglio star male, ma non si può.
Non puoi nemmeno arrabbiarti. Non puoi più spaventarti, intristirti, schifarti. 
Sorridere si, sempre, ma quando si tratta di star male, scatta un allarme, tutti si preoccupano: come? non sei felice? cosa devo darti? cosa devo venderti? cosa vuoi vedere? Ecco ecco tieni. Adesso? Sei felice? E fammi un sorriso! 

La felicità becera.
"So briaco e so felice, anche se poi vomito"
Ammazzi il tempo per non ammazzare te stesso; ma se ti mostri triste per più di quel tempo che ti è concesso allora diventi depresso.
Se ti mostri arrabbiato per più di quel tempo che ti viene tollerato, allora sei violento. 
Se ti mostri schifato per più di quel tempo che ti viene accordato, allora sei ossessionato. 

E perché non vale il contrario? 
Perché non sei un ebete se ridi più di quanto ti è concesso?
"Perché la felicità non ha scadenza, si può ridere sempre".
Allora meglio depresso, meglio violento, meglio ossessionato.

Se sei felice, allora i tuoi bisogni son soddisfatti. Sei normale. 
Se non sei felice... beh, è impossibile che tu non sia felice. In questo mondo puoi soddisfare ogni bisogno.
"No cazzo! Non tutti!"
"E cosa ti mancherà mai?"
"Il bisogno di star male. Il bisogno di piangere, di imprecare, di starmene con i miei fantasmi cattivi, non solo con le vostre fatine del cazzo, sempre sorridenti e depilate. Voglio star male, ma non si può."
"Certo che puoi, ma non puoi stare con noi!"

Peggio dei cani che si allontanano per morire,
noi ci nascondiamo, per piangere.

domenica 20 aprile 2014

L'inversione di Andromaca



Il mio inquilino ci ha preso gusto


Andromaca cara,
Ti aspetto e ti ardo.

Persi lo smalto dopo quella vicenda, dove sconfissi il mostro e vincemmo la guerra. Rimasi menomato, affranto ma felicemente pieno del nostro piccolo focolare.
Non immaginavo però che davanti al camino dovessi stare sempre io, ad alimentare un fuoco sempre un attimo prima che si bruci.
Sorte vuole che mia corazza è la pazienza, mio scudo l'ironia. Condividere lo stesso talamo e non le stesse vite...

Guarda: può starmi anche bene se fai il tuo bene. Rimani incorruttibile così come sei e noi saremo incorruttibili insieme.
Ti aspetto e ti ardo.
Tuo.

lunedì 14 aprile 2014

Il compromesso del caffè


Con questo post ospito un amico nella mia Isola.
Non è che mi sentissi solo, 
ma nelle isole dopo un po' ci si annoia.



Uno dei cambiamenti più radicali che il passaggio all'università aveva comportato nei suoi primi periodi è stato il rito della colazione, gentilmente offerto dal padre di famiglia nel tentativo che quel rito diventasse collante tra i suoi componenti.
Ne riusciva un pasto copioso di cereali, ricolma la tazza ben oltre la soglia, come quei vulcani che spuntano dagli oceani.
Immerso in questa liturgia dell'emersione del cereale, per tanto tempo ho trascurato che il bianco fosse marrone. In fondo a me era solo una questione di gusti.
“Ce lo metto il caffè?” fu una domanda che dopo pochissimo chiamò una risposta implicita. La nozione di avere avanti una tazza di caffellatte si perse alle preoccupazioni ritardatarie di ogni mattina. Ecco quando si dice il potere del default, è sempre stato così.
D'un tratto a metà triennale mi decisi di smetterla col caffè essendo sostanza stimolante e sentendomi imbrogliare sui miei tempi naturali. Da lì in poi fu uno strazio proseguire gli studi, anche successivamente alla laurea.
Presi una botta pesante superiore ai limiti consentiti subito dopo la laurea triennale. Preparai il primo esame della magistrale con un compagno di studi infaticabile, chiusi le ferie invernali nel suo bunker personale. Lì il caffè sgorgava dai thermos e la preparazione dell'esame era militare, come se fosse l'ultimo.
Ci spesi così tante energie che ancora ne subisco gli effetti. All'attivo mi ritrovo davvero pochi esami e solo a breve proverò a varcare la soglia di metà percorso. Certo, tante cause si ritrovano nell'essermi promesso una pausa che in realtà si è rivelata essere una corsa in altre cose, come la solidarietà politica ai compagni di lotte e di venture, o come gli affetti in cui non ho potuto oppure voluto investire ma a cui ho comunque dedicato tempo considerevole.
È stato un periodo umiliante, su tutti addormentarsi alle lezioni non perché poco interessato, ma troppo, perché a un certo punto il cervello mi partiva e cominciava nel suo viaggio di analogie... oniriche. Il massimo ci fu con un corso di matematica in cui eravamo in due a seguire e metà classe si addormentava. Ringrazio la delicatezza dei compagni tutti di tenere per sé e solo tra di loro quei facili commentini sulla condizione di un uomo perennemente in conflitto tra il fare e il riposare.

Ripresi col caffè per uscire da questo inferno viola di mortificazioni. Un suo effetto l'ha avuto ma molto meno di quanto sperato. Il mio organismo subiva già gli effetti dell'assuefazione per cui non è che questa bevanda avesse tutti questi poteri eccezionali. Da quand'era diventata una seconda possibilità divenne un'abitudine saltuaria e aperiodica, una sorta di auto-convincimento che mi aiutasse a rimanere sveglio.

Bene, gli ultimi due giorni sono stati avvilenti. Un fine-settimana, quindi privo di lezioni (ormai non me ne vergogno nemmeno più), tutto nello spazio studio alla mensa di Sant'Apollonia. Come ho passato il tempo? Per la stragrande maggioranza a dormire in posizioni scomodissime sulle mie stesse braccia, tale da lasciare il segno di una testa pesante e non far passare il sangue alle appendici: perfino le mani addormentate!

Nei miei viaggi spesso troppo inerenti all'argomento che ascolto o leggo (riesco ad anticipare quello che sento o vedo) sto fabbricando il mio sogno.
Il mio sogno è che tutti abbiamo i propri tempi nel fare le proprie cose, e che non esista una imposizione alta e tragica per cui bisogna adeguarsi allo standard. Il mito della produttività e della velocità ci ha spappolato il cervello, bisogna fare tutto in fretta e al meglio altrimenti siamo fuori mercato. Beh, probabilmente il mercato è di fuori se una popolazione è costretta a drogarsi per sostenere i suoi ritmi.

Mannaggia il sistema e tutti i suoi servi.


P.S.
Tutti adesso si chiederanno come faccio a fare tante cose. È solo una questione di allenamento, di quello fatto nella spensierata vita precedente senza caffè e mostra talvolta il suo barlume. Come quando scrivi un post alle quattro di notte con un ndv, un lab, un dip, un flirt e un odg alla cds Salvemini a fine serata.

AGGIORNAMENTO


In Nucleo ci sono stato molto più del dovuto, non abbiamo potuto cominciare in tempo per vicissitudini straordinarie che hanno fatto tardare i membri e il numero legale. Una persona chiave che aveva condotto il lavoro sull'attivazione dei corsi di dottorato (forse l'unico punto su cui valeva esserci) ha fatto ancora più tardi. Salta così ogni possibilità di laboratorio di EPR.
Arrivo al Polo Scientifico di Sesto, incontro gli altri, si comincia a parlare in emergenza del Consiglio di Dipartimento successivo, MA mi accorgo di aver dimenticato l'alimentatore del portatile. Salta così ogni possibilità di Consiglio (forse poco male per com'era stato organizzato) e di flirt (male a prescindere).








venerdì 11 aprile 2014

Conosco un ladro di momenti

Un amico mi ha confidato un segreto. Mi ha detto che osservare le persone che si guardano allo specchio è uno spettacolo unico.
Il problema è che si tratta di una roba pericolosa.
Avete presente certamente i bagni di qualche struttura pubblica o dei grandi uffici: tanti gabinetti, grandi specchi.
Ecco, lui va in bagno, si siede sul cesso e da un buco osserva le persone che davanti allo specchio si lavano le mani dopo aver fatto le loro cose.
E vede delle cose magnifiche. Quel buco è un portale per l'intimità degli altri. Ma non quella che pensate voi. Non li spia mentre sono dentro il gabinetto. Li spia mentre stanno davanti allo specchio.
Si toccano, si sistemano. Provano espressioni facciali che altrove non metterebbero in mostra. È un salotto esclusivo e lo show è lo strano rapporto tra l'uomo e la sua immagine.
C'è chi si prova e riprova gli occhiali.
Chi si strizza brufoli.
Chi accenna un sorriso per vedere come gli sta.
Chi prova un'espressione da macio o da pesce lesso improponibile.
Ma la cosa più spettacolare è che un attimo prima di andar via tutti tornano alla propria vita, alla propria immagine, come se quella fosse stata loro assegnata tanto tempo fa.
Sono tutti clown che per un attimo si tolgono il naso rosso, poi se lo rimettono e si ributtano nella mischia.
Sente di conoscerli tutti, meglio di chiunque altro, perché li ha visti in un loro momento, ma che non era solo loro, era anche suo.
E' un ladro di momenti.

A quel punto il mio amico esce. Non resiste alla tentazione e ripropone le stesse pose, le stesse espressioni. Prima di tornare fuori si accerta che nessuno stia spiando lui, a sua volta: siamo pronti ad andare nell'abisso degli altri, ma non ad accogliere gli altri nel nostro.
Domani altro spettacolo. Un'altra anima con il suo naso rosso. E chissà se qualcuno domani non si metta addirittura a parlare con quello specchio. 

Ps. Non è pericoloso. E' solo curioso. 

martedì 8 aprile 2014

La notizia del disturbo da selfie è falsa. Tutto il resto è vero e spaventoso.

Un fake che ha tratto in inganno molti, me compreso.
Gli articoli che richiamavano l'attenzione intorno alla patologizzazione da parte dell'APA della tendenza (più o meno cronica) a scattarsi foto e caricarle sui social network (selfie) altro non farebbero che riportare una notizia assolutamente falsa.

L'APA non ha patologizzato la tendenza dei selfie e non ha inventato alcuna scala per decretare la gravità del disturbo.

Le prove della falsità della cosa sono facilmente rintracciabili: basta andare nei siti ufficiale delle APA (American Psychiatric Association e American Psychological Association) e si noteranno alcuni particolari piuttosto eloquenti. Il primo è che le associazioni professionali non si riuniscono e non rivedono il "catalogo" dei disturbi ogni giorno, anzi, generalmente lo fanno ogni cinque anni. Il secondo è abbastanza intuitivo: provate a scrivere "selfie" sulla casella di ricerca dei due siti e vedrete che non troverete assolutamente nulla.


Figlio di poca consapevolezza e della cultura della notizia calda, questo errore altro non è che un'ulteriore prova del fatto che ancora, intorno al concetto di malattia o disturbo mentale, non solo il mondo dei potenziali utenti, ma anche quello dei media, risponde in maniera approssimativa e superficiale.
La cosa ancora più grave è che alla notizia falsa, molti hanno commentato "finalmente", "me ne ero accorto anch'io", "andate tutti a farvi fare una terapia cognitivo-comportamentale", scordando di fatto che se la notizia fosse stata vera, non ci sarebbe stato alcunché da essere contenti.

Tutti si mostrano nella vita reale e digitale come unici, come le pecore nere e come quelli che non si piegano all'omologazione. Paradossalmente nel post successivo del proprio diario Facebook in tanti si sentono sollevati dalla notizia della patologizzazione dei selfie. A quel punto l'APA dovrebbe patologizzare questa tendenza all'incoerenza, e altri ancora a quel punto si sentirebbero compiaciuti. E via, e via.

La questione dei selfie è sicuramente una bufala, ma chi un minimo mastica il linguaggio psichiatrico riconosce l'eccessiva tendenza di un manuale diagnostico come il DSM a creare etichette, a considerare l'individuo come privo di un contesto personale e unico ed a considerare anormali comportamenti lontani dalla normalità, altro concetto di cui ancora oggi continuiamo ad abusare con una leggerezza spaventosa.
L'educazione alla diversità, alla normalità e alle innumerevoli forme che il comportamento umano può assumere rappresenta un tassello, a mio avviso fondamentale, che manca nel repertorio culturale dell'individuo.
Il fantasma della curva normale.  

L'APA non ha patologizzato i selfie, ma la figuraccia di fronte ad una notizia fortunatamente falsa, siamo riusciti a farla ugualmente. I social network troppo spesso si configurano davvero come il muro di un cesso pubblico, dove ognuno scrive quello che vuole o dà aria alla bocca solo perché ne possiede una. Allora mi chiedo, siamo normali? 



giovedì 2 gennaio 2014

L'accademico bacio della morte (della mia creatività)

Pipponi su pipponi, arrivo al 2014.

Nella mia ignoranza, non ho mai letto/sentito alcuna parola di Umberto Galimberti, filosofo e psicoanalista, oltre che docente universitario. Fino ad oggi.
Su "Sentire" c'è una bella intervista fatta a Galimberti, sull'incompatibilità del concetto di "educazione" con l'attuale assetto culturale, normativo e sociale del nostro Paese, e ne consiglio caldamente la lettura (http://www.giornalesentire.it/article/umberto-galimberti-filosofo-societa-crisi-disincanto.html). 
Le righe che seguono rappresentano tutto ciò che esce dal buco nero che la lettura di questo articolo mi ha creato nel cervello. Fortunatamente, la roba esce, non entra. Significa che la lettura è stata stimolante, non invasiva. 

Galimberti critica l'attuale modello scolastico-universitario italiano, contornando tale critica con un analisi del ruolo genitoriale. Ci dice che la corsa al credito d'oro, al bel voto, per ottenere la laurea dall'istituzione e il motorino dai genitori, hanno trasformato i luoghi del sapere in strutture strettamente strumentali, con tutti i lati negativi che questo aggettivo porta con sè: le scuole sono vuote e sono chiuse.  
"A scuola un giovane dovrebbe sentirsi a casa e potersi preparare al futuro: e quindi lezioni ma anche eventi, discussioni, occasioni di confronto, musica, sperimentazioni di autogestione. La scuola dovrebbe essere aperta dalle 8 a mezzanotte se non all'una, allora sì che non servirebbero happy-hour e discoteche".
Senza fraintedere, non c'è niente di male nelle discoteche e negli happy-hour, il problema è che oggi queste si rendono necessarie per colmare tutte quegli spazi che da piccoli riempivamo nei momenti di noia. Si chiama creatività. 

Per Galimberti (e anche per me) la Scuola dev'essere il luogo in cui questa necessità viene soddisfatta, in maniera attiva, laica e condivisa. Oggi, questa necessità viene sublimata da qualcosa di già impacchettato. Ci prendono la noia e la impacchettano con trovate marketing che, bisogna essere sinceri, spesso sono ben congegnate, ma ad un prezzo carissimo. Insieme alla noia, si portano via la tua creatività. 
Se le Scuole, le Università, fossero aperte, anche lontano dai momenti didattici, potremmo andare ad annoiarci tutti lì. Potremmo andare a riflettere, incontrarci, autogestirci proprio lì. 
"Vai a riflettere!" diceva la mamma della mia coinquilina, quando lei da piccola le confessava il suo sentimento di noia. Ovviamente, non era una punizione. Ma forse, oggi ce la meritiamo, una punizione, e dovremmo andare tutti a riflettere a Scuola, lontano dagli orari didattici. In punizione, per aver fatto a meno della noia e della creatività. 

Questo nostro vendere la noia, ha alimentato e fatto proliferare una politica del risparmio su questi spazi. E così si è arrivati a città universitarie che di universitario hanno solo le felpe con scritto "Florence University" nelle bancarelle dei mercatini. Così si è arrivati a città universitarie in cui gli universitari non hanno luoghi per studiare durante i fine settimana e le ore serali, figurarsi per riunirsi, incontrarsi, anche solo per guardarsi negli occhi o farsi una sana pomiciata.

Così si è arrivati a legittimare una chiusura di un plesso qualunque, perchè "è un dato di fatto che dalle 17.00 in poi, dentro la struttura non c'è nessuno". E allora si razionalizza. Un termine che insieme a "meritocrazia" va tanto di moda tra le goverance accademiche italiane, che abusano di un principio per giustificare le scelte al ribasso dei governi delle ultime legislature. 

Si chiude. Si apre il minimo indispensabile, giusto il tempo di prendersi quel benedetto cfu, farsi fare un autografo nel libretto e risparmiare sulle tasse universitarie. Si, perchè chi prende più crediti vince e fa vincere anche il proprio ateneo. E a fine anno, il ministero ti manda insieme al panettone una bella quota premiale.

La Scuola, ma soprattutto l'Università, è diventata un'obliteratrice di libretti. E' solo un servizio, non è un diritto. E allora il fuori corso diventa un vagabondo, quello che finisce in pari invece, è lo studente modello, quello che nella sua università è riuscito a starci il meno possibile, per poi venir parcheggiato in un tirocinio non retribuito. Dicevamo un'obliteratrice, non una casa, come si auspica Galimberti.

Tutto questo, per dire che l'apertura, o chiusura di un luogo, porta con sè conseguenze profonde e radicate. Su chi quel posto dovrebbe abitarlo e su chi in quel luogo ci dovrebbe lavorare. Chiudere un luogo, aprirlo solo per proiettare su un telo le righe di un manuale di cui dovrai rendere conto. Quando avrai reso conto di quel manuale, sarai libero.
Libero di andare a non annoiarti dove ti pare, e Lode. 


A scuola un giovane dovrebbe sentirsi a casa e potersi preparare al futuro: e quindi lezioni ma anche eventi, discussioni, occasioni di confronto, musica, sperimentazioni di autogestione. La scuola dovrebbe essere aperta dalle 8 a mezzanotte se non all'una, allora sì che non servirebbero happy-hour e discoteche. - See more at: http://www.giornalesentire.it/article/umberto-galimberti-filosofo-societa-crisi-disincanto.html#sthash.D4GlbbLf.dpuf
A scuola un giovane dovrebbe sentirsi a casa e potersi preparare al futuro: e quindi lezioni ma anche eventi, discussioni, occasioni di confronto, musica, sperimentazioni di autogestione. La scuola dovrebbe essere aperta dalle 8 a mezzanotte se non all'una, allora sì che non servirebbero happy-hour e discoteche. - See more at: http://www.giornalesentire.it/article/umberto-galimberti-filosofo-societa-crisi-disincanto.html#sthash.D4GlbbLf.dpuf
A scuola un giovane dovrebbe sentirsi a casa e potersi preparare al futuro: e quindi lezioni ma anche eventi, discussioni, occasioni di confronto, musica, sperimentazioni di autogestione. La scuola dovrebbe essere aperta dalle 8 a mezzanotte se non all'una, allora sì che non servirebbero happy-hour e discoteche. - See more at: http://www.giornalesentire.it/article/umberto-galimberti-filosofo-societa-crisi-disincanto.html#sthash.D4GlbbLf.dpuf
A scuola un giovane dovrebbe sentirsi a casa e potersi preparare al futuro: e quindi lezioni ma anche eventi, discussioni, occasioni di confronto, musica, sperimentazioni di autogestione. La scuola dovrebbe essere aperta dalle 8 a mezzanotte se non all'una, allora sì che non servirebbero happy-hour e discoteche. - See more at: http://www.giornalesentire.it/article/umberto-galimberti-filosofo-societa-crisi-disincanto.html#sthash.D4GlbbLf.dpuf
A scuola un giovane dovrebbe sentirsi a casa e potersi preparare al futuro: e quindi lezioni ma anche eventi, discussioni, occasioni di confronto, musica, sperimentazioni di autogestione. La scuola dovrebbe essere aperta dalle 8 a mezzanotte se non all'una, allora sì che non servirebbero happy-hour e discoteche. - See more at: http://www.giornalesentire.it/article/umberto-galimberti-filosofo-societa-crisi-disincanto.html#sthash.D4GlbbLf.dpuf
A scuola un giovane dovrebbe sentirsi a casa e potersi preparare al futuro: e quindi lezioni ma anche eventi, discussioni, occasioni di confronto, musica, sperimentazioni di autogestione. La scuola dovrebbe essere aperta dalle 8 a mezzanotte se non all'una, allora sì che non servirebbero happy-hour e discoteche. - See more at: http://www.giornalesentire.it/article/umberto-galimberti-filosofo-societa-crisi-disincanto.html#sthash.D4GlbbLf.dpuf
A scuola un giovane dovrebbe sentirsi a casa e potersi preparare al futuro: e quindi lezioni ma anche eventi, discussioni, occasioni di confronto, musica, sperimentazioni di autogestione. La scuola dovrebbe essere aperta dalle 8 a mezzanotte se non all'una, allora sì che non servirebbero happy-hour e discoteche. - See more at: http://www.giornalesentire.it/article/umberto-galimberti-filosofo-societa-crisi-disincanto.html#sthash.D4GlbbLf.dpuf
A scuola un giovane dovrebbe sentirsi a casa e potersi preparare al futuro: e quindi lezioni ma anche eventi, discussioni, occasioni di confronto, musica, sperimentazioni di autogestione. La scuola dovrebbe essere aperta dalle 8 a mezzanotte se non all'una, allora sì che non servirebbero happy-hour e discoteche. - See more at: http://www.giornalesentire.it/article/umberto-galimberti-filosofo-societa-crisi-disincanto.html#sthash.D4GlbbLf.dpuf
A scuola un giovane dovrebbe sentirsi a casa e potersi preparare al futuro: e quindi lezioni ma anche eventi, discussioni, occasioni di confronto, musica, sperimentazioni di autogestione. La scuola dovrebbe essere aperta dalle 8 a mezzanotte se non all'una, allora sì che non servirebbero happy-hour e discoteche. - See more at: http://www.giornalesentire.it/article/umberto-galimberti-filosofo-societa-crisi-disincanto.html#sthash.D4GlbbLf.dpuf

martedì 24 dicembre 2013

Non un pippone a caso. Il Pippone della Vigilia.

Premesse: è la vigilia di Natale, sono a casa dei miei a Lucignano (Ar). Sono usciti per la messa di Natale. Mio fratello è dalla fidanzata. A casa siamo io, una cagna, il fuoco acceso, i panni finalmente profumati dopo mesi di vita fiorentina all'insegna del "vabbè non puzza così tanto, lo rimetto" e ovviamente la televisione con "Una poltrona per due". 

Allora mi guardo la Home di Facebook per quella ventina di minuti buona (come fate sempre anche voi eh) e mi monta quella sensazione spiacevole: pippone o non pippone? Alla fine ha vinto il pippone e pippone sia. 

Siete liberi di riprendere a guardare la Home di Facebook quando volete. E' un pippone enorme e quasi da galera se si considera che viene scritto la notte di Natale.

(Il nostro eroe si rimbocca le maniche e solca la tastiera)
Vorrei partire con "Allora...", ma non si dice (!). Ma però io parto con "Allora...". Si ho scritto "Ma però". Il pippone è mio e lo scrivo come mi pare. 

Allora. Dei 358 giorni che precedono quello di domani, non ce n'è stato uno, e dico uno, passato senza che dalla mia bocca (o dalla bocca dei miei compagni di viaggio) uscissero le parole Psicologo, psicologia, associate alle formule "quel cazzo di...", "ma porca la troia", "ma come cazzo gli è venuto in mente" e altre che la Vigilia di Natale è bene non riportare. 
Fin qui tutto bene. Anche perchè fossimo studenti di ingegneria sarebbe grave, ma siamo studenti di Psicologia e allora ci è venuto di parlarne spesso. 

Negli ultimi giorni si sono tenute le elezioni per il rinnovo dell'Ordine degli Psicologi della Toscana. Aventi diritto al voto 5300. Votanti 965. Quorum superato di un soffio all'ultimo istante. 
I candidati erano in totale 53. Alcuni a gruppi di 9 sotto la stessa lista. Altri a gruppi di 9 di nascosto. Alcuni per contro proprio. 

C'era qualche programma francamente discutibile. Ma non per il contenuto eh. Per l'inconsistenza, l'assenza, nada, niente. "Ciao sono ****** e lavorerò per un Ordine migliore"...
E te sei lì che scorri la pagina e... niente. Non c'è scrittto altro. Manco il punto. Ma vabbè. Sarà da qualche altra parte.Macchè. 

"Ma si, dai. Basta con i volumi di politica per giustificare una crocetta. Unn'hai visto che ora la politica è fluida? Anche quella nazionale! Guarda Renzi per esempio!"
Si infatti, proprio fluida, come l'acqua. Manco con le mani la puoi prendere. Figuriamoci osservare, criticare, approfondire.

Di fatto chi non ha presentato il programma è andato così così. Quindi ok. Però, dico io, almeno due righe, dico due, con un'idea... ma anche una strullata... "penne gratis per tutti i consiglieri"! Mica di più. Vabbè. 

Torniamo al dato. Quorum, come ho detto, raggiunto al fotofinish. Sennò c'erano sei mesi di commissariamento del consiglio (ordinaria amministrazione) e poi si riandava alle elezioni. Chi prende di più vince. Senza Quorum cazzi e mazzi. 
...forse forse ci (vi) è andata bene. 

Ma come mai questa scarsa affluenza? Forse la Psicologia in Toscana è talmente priva di problematiche e funziona così bene, che gli iscritti non percepiscono la necessità di votare? 
"Tanto, anche questi novi saranno bravi come quelli prima. St'Ordine vacchè na'meraviglia".
Mi dicono che non è così. Allora è il contrario. Tanto grave è la situazione che questo basta per starsene a casa piuttosto che presentarsi all'appuntamento elettorale? 
"Guarda che potevano anche votare da casa tramite posta!"
Ah. Pure. 
E allora come mai così pochi?

Tu che leggi. Perchè non sei andato a votare?
"Ma io so studente come te, 'azzo voi?"
Ah scusa. E te invece?
"Io so psicologa".
E ci sei andata a votare?
"Si"
Ohh brava! E te lo posso chiedere per chi hai votato?
"Si si tranquillo, anzi, ne vado fiera. Ho votato per Civati..."

Forse il problema è questo. Non si sa nemmeno di cosa si sta parlando. E questa inconsapevolezza va ad aggiungersi alla sfiducia che c'è verso tutto quello che ha a che fare con la politica. Che sia nazionale, studentesca, o come in questo caso professionale o ordinistica. 

E allora succede che ogni quattro anni, 'na cinquantina di psicologi, che tanto unn'avrebbero da fare perchè non lavorano, chi in gruppo, chi per sè, chi portando qualcosa di docente, chi portando solo l'appetito, si candidano e alla fine vince chi conosce più gente. 
Avete presente le mail "inoltro per conoscenza". Ecco, per gli psicologi toscani anche quest'anno è stato un "la/lo voto per conoscenza". Fine. 
Non ci sono i numeri per legittimare un'idea, una proposta, un cavolo di principio. 
I numeri non ci sono perchè oltre alla sfiducia che si diceva prima, c'è tanta confusione, tanti conflitti mai risolti tra psicologi e psicologi, psicologi e altri nuovi professionisti non ordinati. La guerra tra poveri, che ogni quattro anni viene sublimata da 500 persone che vanno a votare perchè "oh lo sai, cosino lì, mmmm, come si chiamava. Quelloooo bravo. Nsomma, si candida all'Ordine. Il mio voto di simpatia lo prende". 

Simpatia su simpatia, empatici su empatici, alla fine viene sempre fuori un consiglio nuovo, con le stesse incongruenze normative di cui ho parlato altre volte, legittimato da un voto simpatico, appunto, a volte antipatico (perchè si vota anche l'avversario di quello che ci sta antipatico eh). 

"Si ma allora che si fa?"
Allora che si fa? 

Si decentralizza il potere del consiglio dell'ordine.
Si fa una campagna di quattro anni con i tanti soldini dell'ordine per informare utenti e iscritti stessi di come funziona nel territorio la figura professionale e di come potrebbe funzionare meglio.
Si spiega ai direttori delle Scuole di Psicoterapia cosa significa Psicologia e cosa significa Psicoterapia. 
Si inizia ad entrare all'Università e si sente sti benedetti studenti di psicologia se c'hanno qualche bizza giovanile intelligente. 
Si riguarda tutto il regolamento dei tirocini e dell'esame di stato. 
Si smette di fare la guerra agli educatori, ai counselor e agli psichiatri e si inizia a pensare che forse il nemico ce lo abbiamo in casa. 
Si convenzionano borse di studio, dottorati, cooperative, associazioni e tutto quello che può creare occupazione in ambito psi. 
Si rende l'iscrizione all'albo gratuita finchè la tassa non diviene sostenibile. 
Si smette di stare negli studi a giocare a CandyCrush e si va per strada.
E via e via. 
Ecco che si fa. 

Allora e solo allora, forse, le elezioni per il rinnovo dell'ordine avranno senso. Perchè nel fare tutto quel popo' di roba, un po' di partecipazione in più ci sarà stata e perchè magari, gli psicologi giovani e vecchi, un po' più empowerizzati si potranno sentire. 
Allora e solo allora, non vincerà più una persona, un gruppo o una faccia simpatica. Vincerà un orientamente politico, non so quale e di che tipo, ma almeno vincerà un principio, un'idea. 

In bocca al lupo ai nuovi membri del consiglio.
Buone feste a tutti quanti. Anche a chi ha votato Civati. 





martedì 8 ottobre 2013

Intervista a chi ce l'ha fatta

Elisa Mencacci, oltre che un'amica, è anche una psicologa riuscita non solo a trovare un impiego attinente al proprio percorso di studi, ma anche ad aprire un progetto di cui è presidente. Ho voluto porle alcune domande sulla sua formazione, sulla sua professione e la sua esperienza. 

sabato 5 ottobre 2013

Hey Taro!

Gerda Taro era una fotoreporter antifascista, moglie di Robert Capa, nata in Germania da una famiglia di ebrei nel 1 agosto 1910 e morta giovanissima durante un suo reportage nella Guerra di Spagna il 26 luglio del 1937.


venerdì 20 settembre 2013

L'Ordine ha bisogno di ordine

E' di pochi giorni fa la notiza di un tale psicologo R.D. dirigente della Asl di Pescara licenziato perchè sorpreso in assenteismo.Timbrava il cartellino e poi usciva, così, per "motivi personali". Viene fuori che questo R.D. altri non è che il vice-presidente dell'Ordine degli Psicologi dell'Abruzzo e allora via alle polemiche. 
Un ben noto schieramento politico professionale decide di contattare privatamente la segreteria dell'Ordine in questione per chiedere allo stesso di prendere una posizione in merito, in quanto il comportamento sopra descritto non è ritenuto idoneo e deontologicamente corretto in virtù del ruolo che viene ricoperto da R.D. Infanga la reputazione dello psicologo ed è una motivazione più che comprensibile ad agire affinché un'istituzione prenda una posizione in merito.