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lunedì 3 novembre 2014

Mal di domenica


E mentre il mal di testa domenicale ti annebbia il giudizio sull'orario di partenza, di ritorno alla settimana, non sai come smontare quella rabbia: abbiamo perso anche oggi. La prossima è in casa ma è tosta, sarà un campionato anonimo, non lo guardo! Altro che mal di testa tutte le domeniche. 
Qualcuno cuoce castagne; non mi far pensare al cibo. 
Qualcuno brucia sterpaglie; questo fumo sembra nebbia. 
L'autunno stanca e annoia. 
Il fiato si fa nuvola per il freddo; sotto la camicia sudi perché in alcuni momenti è ancora caldo. 
Questa domenica di novembre, il pranzo della nonna, la partita, il mal di testa e ora il ritorno, non serve a niente. 

lunedì 13 ottobre 2014

Niente come la voce, niente come la radio



Non c'è sguardo, lacrima, tremore o sorriso che racconti l'emozione come la racconta la voce, ma non con le parole. A sua volta, la radio e solo lei valorizza il tono, le pause, le parole faticosamente scandite, senza altro stimolo che possa confondere l'attenzione di chi per caso o per passione si trova all'ascolto. Solo la radio avrebbe potuto far passare quest'emozione, nessuna pagina, nessuna post intervista in televisione, nessun documentario. 
Vai tranquillo Ugo
E non si capisce se è un eddaje che show must go on oppure un goditi questo momento, raro, se non unico tra tanti per raccontare un'ultima volta agli altri cos'è stato per te parlare a quel microfono , anche in un Livorno-Trapani, anche in un Chievo-Brescia o Avellino-Entella, dopo quarantadue anni di dirette. Niente come la voce, niente come la radio. 


venerdì 11 luglio 2014

La Geist e la Cabeça


Il 7 a 1 della semifinale mondiale tra Germania e Brasile, nonostante gli estremi tecnicismi, le scarpe di colori diversi, gli schemi, le fasce, il dai-e-vai e il 4-4-2, ci dice quanto la Testa sia in grado di far finire una semifinale mondiale come una partita arrabattata tra scapoli ammogliati al campino del prete
Da una parte i tedeschi, che nella Geist altro non avevano che il pallone, la geometria e il dovere di rimanere ognuno al suo posto. Oltre l'erba nessuno, nemmeno sessantamila brasiliani che cantano l'inno a cappella. Solo il pallone nella Geist e vedrai che la Cabeça dei giallo-oro cede.
E infatti. Mentre i crucchi pensavano alle geometrie, i brasiliani pensavano a quanto mondo li stesse a guardare; ma non un mondo qualsiasi, il loro. Il mondiale dei mondiali. Se non lo vinci, non sei nessuno. E devi farlo, perché fuori casa è permessa la sconfitta, ma non nella propria terra, guai. Non ci pensar nemmeno.
Giorni prima dell'incontro uscì la notizia che vedeva la squadra brasiliana accompagnata da una psicologa, perché i giocatori piangono in continuazione. La pressione è troppo forte, l'aspettativa è un macigno sulle spalle di tutti e si è soli, dentro la propria Capeça a dover fare i conti con tutto il resto.
Un parassita che sta aspettando il momento migliore per diventare un demone e farti crollare sotto il peso di tutta quella pressione. L'animaletto intravede Muller solo in area di rigore, lo guarda segnare con il piattone e se ne esce allo scoperto. Di lì in poi è il padrone della scena, insieme ai crucchi.

Il gol di Muller è stato il tocco al primo tassello del domino. L'aspettativa diventa paura (di non realizzarla). La paura diventa fatica. La fatica diventa umiliazione. 7 a 1. Vincono quelli con la Geist in testa, non quelli con la Cabeça. Non quelli incapaci di liberarsi dei bozzoli di demone. Ma d'altra parte, chi ci riesce? I campioni, certamente. 
Una squadra troppo vanitosa, troppo brasiliana
Cantava la Bandabardò. Si, forse uno dei peggiori Brasile che io abbia mai visto, da quando sono abbastanza grande per guardare il mondiale di calcio e ricordarmelo, ma non certo così scarso da non saper almeno tentare di giocarsela con i tedeschi. Come sarebbe dovuta finire allora Argentina - Iran? 
Quella partita ci ha ricordato che la testa, vale più di ogni altra cosa, in ogni cosa. 
Una notizia che dovrebbe rallegrare gli psicologi: se Brasile - Germania diventa Vigo di Fassa - Real Madrid, solo per una questione di Cabeça, quanto potremmo essere utili? Non certo a mondiale iniziato (e psicologicamente finito), ma forse un intervento anticipato di quella psicologa, male non avrebbe fatto.



domenica 8 giugno 2014

L'altra faccia del pallone



Amo il calcio. E' lo sport che più di tutti mi incolla alla televisione o mi spinge ad andarlo a vedere dal vivo. Tifo Fiorentina, come molti sanno e mi perdo pochissime partite durante il campionato. 
Questo è l'anno dei mondiali in Brasile, che iniziano tra qualche giorno, e che portano con loro proteste di un Paese che da noi arrivano filtrate e poco approfondite. 

Su Internazionale di questa settimana c'è un articolo di Paulo Lins, giornalista brasiliano che scrive per El Pais Semanal che racconta come "nel paese del calcio, nessuno sia felice", nonostante notoriamente lo standard brasiliano ha il sorriso stampato in faccia. 
I primi sintomi di questa insoddisfazione abbiamo potuto notarli dalle amichevoli pre-mondiali che sono state giocate in suolo verde-oro: negli spalti i brasiliani sono tutti bianchi. Quei bambini tanto riportati negli spot pubblicitari della competizione, quelli che giocano nelle favelas, scalzi e per i quali sembra che esista solo il calcio, allo stadio non ci vanno, perché non se lo possono permettere. 

Di proteste in piazza in Brasile ce ne sono state molte nell'ultimo anno: ci si opponeva alle spese enormi che il Governo federale avrebbe messo in atto, a fronte di una situazione disastrosa della popolazione per vari aspetti: l'istruzione pubblica, i trasporti, la disuguaglianza sociale, il tasso di criminalità e il sistema fognario delle grandi città. 
Lins li passa in rassegna tutti, ricordando che sì, il Governo ha stanziato delle quote di finanziamento per l'istruzione pubblica, ma dall'altra parte si ricorda anche una sanguinosa repressione per mano delle forze dell'ordine ai danni dei professori che scioperavano nel 2013 a Rio; perché lì i maestri e i professori sono eroi che insegnano con un salario che non rende merito alla loro professione e in condizioni di grave mancanza di materiale didattico a disposizione degli studenti. 
Oppure appunto la criminalità, cui il governo ha fatto fronte con le Upp (Unidades de Policia pacificadora), che se da una parte hanno fatto sì che diminuisse il tasso di violenza in determinate zone delle grandi città, hanno dimenticato i quartieri più poveri, "che vivono in uno stato d'assedio". 
Upp o no comunque, ricorda Lins, non è con la polizia che si sradica alla radice il problema della criminalità, come invece pensa Crvalho, segretario generale della presidenza della repubblica. 
E' vero. Così come non è con quel finanziamento necessario, ma non sufficiente, che si risolve il problema dell'istruzione per cercare di garantirla anche ai più poveri. 
Insomma non si protestava (e non si protesta) per i tagli. Si protesta perché quegli otto miliardi di euro investiti dal 2010 per le strutture e il funzionamento della competizione calcistica, facevano utile da qualche altra parte.



Questo, a giudizio di chi scrive, è il prezzo della vetrina. La penitenza (che però è la popolazione a scontare, non chi ci mette la firma) che si ha se si sceglie di far finta di essere come gli altri: ricchi, idonei alle grandi manifestazioni e pronti per grandi investimenti che non rientrano in quelli che vengono chiamati diritti. 
Direte voi "anche il calcio è un diritto". Si rispondo io, ma prima vengono gli altri. 

Certamente il mondiale porta in Brasile posti di lavoro (anche se soltanto la costruzione dello stadio Amazonas ha procurato nove morti sul lavoro), attrazione economica e attenzione da parte degli altri paesi, ma sono misure temporanee che molto probabilmente non saranno in grado di colmare il grande lavoro che bisogna ancora fare per "rimediare agli errori e risolvere una volta per tutte" come scrive Lins. 

Le manifestazioni di scontento si vedono ancora oggi, a quattro giorni dalla partita inaugurale, con scioperi di ampia portata in grado di paralizzare il paese intero, come quello che ha coinvolto i lavoratori del settore dei trasporti due giorni fa. E' verosimile, scrive Eric Nepomuceno, che durante il mondiale accanto alla passione dello sport preferito dei brasiliani, si affianchi la paura di azioni di violenza che già dilagano nelle zone più povere della città da sempre, mondiali o non mondiali. 
Poi ci saranno le elezioni, poi le Olimpiadi e speriamo che tutto non ricominci da capo. 

La dura vita del paese che si mette in vetrina, ma dietro le quinte è nudo e sporco di sangue. Cosa dicevamo del calcio? Sì, lo adoro, ma a volte è bello anche solo il calcio di strada. 


domenica 25 maggio 2014

I cattivi vincono sempre

I cattivi vincono sempre. Anche all'ultimo secondo.
I buoni, gli outsider, non vincono più, perché li abbiamo fatti vincere troppo tempo nei film, nei libri e nei cartoni animati. Non esiste più la vittoria di rimonta vecchio stile. C'è solo lo strapotere dei muscoli, dell'esagerazione, di chi arriva all'appuntamento decisivo che è già leggenda ed ha fatto in tempo a rimanere sullo stomaco a chi della classe e della sobrietà fa ancora dei valori da accostare all'ambito sportivo.



Cristiano Ronaldo è il cattivo bizzoso che piagnucola finché non segna al 122esimo, a partita finita ed esulta come se avesse segnato il gol decisivo, a rimarcare, come se i diciassette gol non bastassero, che lui è il padrone di quella coppa, al di là della finale. Mostra gli addominali, scivolando dall'abbraccio dei suoi compagni che guardandolo sorridono, come si sorride a uno che "lascialo sfogare".



Nel Backpack mi ero espresso piuttosto apertamente a favore dell'Atletico. Un collettivo, non un gruppo di singoli. Il problema del collettivo è che a toccarne un componente, si sgretolano tutti. Chi tocca te, tocca anche me. E così è stato alla tegolata sul gol del pareggio. L'incapacità alla reazione. La reazione che nei film, nei libri e nei cartoni animati di cui sopra, era il punto focale del film: il discorso negli spogliatoi di Space Jam, di Ogni maledetta domenica, di L'altra sporca ultima meta. Nella realtà invece si crolla, si piange prima del fischio e ci si dispera, perché insieme al tuo collettivo eri sul tetto d'Europa, poi arriva un testone che sul tetto d'Europa rischia di andarci ogni anno e ti manda ai supplementari con la capesa.

Vincono sempre i cattivi, soprattutto se hanno il personaggio misterioso, pacato e solenne alle spalle. Il Carletto che per alcuni porta ancora avanti la bandiera italiana in campo europeo, quando di italiano non rimpiange assolutamente niente, se non forse il colore rosso-nero che però, classifica alla mano, ora gli starebbe troppo stretto.

Vincono i cattivi, perché non possono permettersi di perdere. Come il PD oggi alle urne.
I buoni perdono e guarda un po' c'hanno sempre un tocco di rosso.


mercoledì 31 luglio 2013

Fiorentina: non succede, ma se succede...

Sono un fiorentino. Non inteso come cittadino di Firenze (ma anche lì poco ci manca), ma piuttosto inteso come tifoso della Fiorentina. Da sempre.
In casa Mugnai è difficile non esserlo. E' come il naso grosso o le dita tozze: sono quelle cose che ci nasci e te le tieni. 
Non ho mai visto uno scudetto della fiorentina, nè tantomeno una coppa europea; giusto due Coppe Italia, una con capitano Batistuta, l'altra con capitano Rui Costa. Dopo di allora, niente o poco più: una retrocessione, un fallimento, un ritorno in Serie A, un ottavo di Champions League, Luca Toni, Prandelli, Adrian Mutu, il 2-3 a Torino contro la Juventus, l'ultima stagione con Montella.

Manca un mese all'inizio della Serie A, il campionato che grazie agli acquisti eccellenti di alcune squadre sembra aver di nuovo attirato il pubblico mondiale.
La Fiorentina è tra quelle squadre che si sono rafforzate, ormai lo sanno tutti e di conseguenza, tutti nell'ambiente e fuori iniziano a parlare di scudetto.
Di solito a questo punto vengon fuori gli scettici, quelli che stanno con le mani tra le gambe un anno intero e quelli esaltati che arrivano allo stadio con un nuovo giglio sul petto. Ad oggi gli esaltati sono in tanti, me compreso. Non ho il giglio sul petto, ma molti di quelli che con me erano alla presentazione di Mario Gomez ce l'avevano. Qundicimila, Ventimila, Venticinquemila circa. Per uno solo. Per dirgli "Oh, mi raccomando! guarda q'anti siamo! Noi e'ci si crede, ci devi crede anche te e vallo a dì a qellaltri!".

Sicchè lui è andato a Montecatini, l'ha detto agli altri, ne sono arrivati altri ancora, di giocatori e di tifosi. E così via. E la parola scudetto oggi si nomina con tranquillità. Ma come mai siamo così sicuri di potercela giocare? Ma come mai questa presunzione di fronte a strapoteri decennali e squadre rinforzate quanto quella viola?
E' questo il fatto: non è una convinzione, ma una sensazione! Non è un pensiero derivante da dati di fatto eloquenti e portatori di certezze.
E' un desiderio che deriva direttamente dal naso e dagli occhi. Dal profumo e dalla vista di qualcosa che miracolosamente funziona, dentro e fuori dal campo.
E' un'idea che non è verbalizzabile, te la senti passare nella testa e basta e ti porta a sperare, ma prima di tutto a crederci!

Se ci si dovesse fidare dei dati di fatto, dato che la palla è tonda e dato che la quantità di variabili che può influenzare la prestazione di una squadra sono infinite, faremmo la fine di quelli con le mani tra le gambe a proteggere i gioielli di famiglia (in "barriera" come si suol dire).
Con il naso e con gli occhi invece non serve tenersi troppo; perchè magari non succede... ma se succede...

Forza Viola Sempre, Firenze è con Te!

venerdì 26 aprile 2013

Che cos'è Pallone, quindi, cosa non è Calcio.

Giocare a pallone NON è giocare a calcio. Descrivendo l'atto di giocare a pallone si usa la semplice forma "a pallone...", così come segue.
A pallone la palla è sgonfia e spesso manca qualche toppa.
A pallone si può giocare ovunque e su qualunque superficie.
A pallone si gioca con ogni abbigliamento possibile, ma il più indicato solitamente è jeans e maglietta.
Giocare a pallone non è solo una squadra contro l'altra, ma è anche: passaggi e tiri in porta, tedesca, torello, ecc.
A pallone non ci sono arbitri; se proprio ci devono essere sono persone infortunate, malate o vestite troppo bene per richiare di sporcarsi.
A pallone non ci sono confini: se si gioca in spiaggia la palla è buona anche quando va in acqua e se su gioca in montagna la palla è buona anche quando minaccia di arrivare fino a valle.
A pallone il portiere è rigorosamente volante e casuale.
A pallone ci sono spesso solo i pali, quasi mai le traverse. A volte i pali sono scarpe o ciabatte; quando va peggio sono auto parcheggiate o garage. 
Se la palla colpisce qualcosa di fragile o qualcuno facilmente irritabile si scappa tutti, nessuno escluso.
A pallone non ci sono arbitri. 
Se qualcuno tira il pallone sul tetto o su un albero, ci va.
A pallone il gesto atletico più ambito è la rovesciata; per questo la si tenta sempre, anche da distanza siderale.
A pallone si esulta in maniera esagerata per tutti i gol. Tutti! Anche il gol del 30 a 12.
A pallone le pause sono scandite: dalla merenda, dalla fatica, dalla pioggia (non sempre) e  dal passaggio di un auto.
La critica che più spesso viene fatta ai giocatori di pallone è "ci sono i campi sportivi apposta, perché giocate qui?"; di solito non si risponde, ma se proprio si vuol dir qualcosa basta ricordare che se fosse un campo sportivo non sarebbe più Pallone, ma sarebbe Calcio.
La partita a Pallone finisce quando chi lo ha portato deve andare via; tutti ringraziano, ci si saluta e ci si promette di comprarlo per la prossima volta.
Questo è Pallone, tutto il resto è calcio.